lunedì, dicembre 29, 2003

sadness after the end of the year: il discorso di fine anno ai cittadini di sadness after sex

fedeli lettori, dubito che quando sarò arrivato nei pressi del capolinea inserirò questo 2003 nel mio best of di fine carriera. è stato l’anno in cui avrei dovuto elaborare il lutto del ritorno del portogallo e non ci sono riuscito neanche per il cazzo. come se non bastasse il 2003 mi lascia addosso due ferite brucianti e mai rimarginate come la finale di champions e il trasloco forzato dovuto all’affaire merdian (ti odio ancora come il primo giorno). come ogni prodotto editoriale di infimo livello in questo periodo anche sadness after sex ripercorrerà gli avvenimenti salienti dell’anno. partirei col calcio, che con la crisi di quest’estate ha finalmente raggiunto livelli di bassezza insperati prima d’ora. nessuna squadra ha dominato l’anno solare, qualcuna ha vinto qualcosa ma tutte hanno qualcosa da dimenticare. l’inter ha hector cuper, la roma una stagione scorsa imbarazzante, la lazio non è mai uscita dalla crisi societaria, il milan ha perso una finale intercontinentale (e ha vinto una champions league senza vincere nessuna delle ultime tre partite), la juventus alterna periodi di invincibilità ad altri momenti di stanca (nandropausa). musica: dall’avvento dell’euro non posso più permettermi dischi freschi, quindi quelli del 2003 li comprerò tra qualche anno quando staranno a marcire sugli scaffali a nove euro e novanta, quindi niente playlist di fine anno. per fortuna un amico ha provveduto in extremis a farmi avere un paio di cose interessanti, e in questi giorni ho così potuto almeno apprezzare la classe di postal service, rapture, death cab for cutie (transatlanticism) e arab strap (monday at the hug & pint). riposino in pace elliott smith, johnny cash, giorgio gaber, luciano berio e il giovane rapper camoflauge (e anche tutti quelli che mi sono dimenticato). la canzone dell’anno è stata per me la splendida velha infancia dei tribalistas (purtroppo non è uscita come singolo). di tutti gli stronzi che quest’anno hanno venduto milioni di dischi loro sono senza dubbio quelli che lo meritavano di più, anche perchè qui dentro ci sono due leggende viventi della musica brasiliana come marisa monte (potete leggere “monci” se volete) e carlinhos brown (uscito anche con un ottimo disco solista) e francamente si sente. qualcuno potrebbe obiettare che il disco è del 2002, però è anche vero che il blog è mio e ci scrivo un po’ cosa cazzo mi pare. al cinema non vado praticamente più e quando ci vado mi trovo di fronte schifezze del calibro de gli indesiderabili (scimeca è riuscito a far sbagliare un film a vincent gallo, complimenti). il film dell’anno è stato comunque kill bill vol.I ed è facile prevedere che l’oggetto del desiderio 2004 sarà il dvx pirata con i due volumi riuniti per la prima volta insieme. questa mia seconda metà dell’anno cinematografico è stata oscurata dalla misteriosa figura di jean eustache, al quale con la mia tesi verrà finalmente conferito il giusto tributo. il massimo del piacere l’ho avuto però vedendo un film di jonas mekas al torino film festival (song of avignon, di soli dieci indimenticabili minuti). in politica interna ed internazionale non mi risulta che sia successo nulla di rilevante, a parte lo scandalo narici sporche. la tv, come il calcio, è stata sfigurata dall’avvento di sky, ma alcune sporadiche sacche di resistenza sono state in grado di regalarci comunque un servizio di qualità. il momento di televisione più alto e memorabile di quest’anno è stata senza dubbio la bestemmia in diretta di bruno longhi mentre commentava il derby della madonnina (l’immagine era improvvisamente scomparsa ma era rimasto l’audio). scrubs è stato il telefilm dell’anno, lunga vita. la battute più esilaranti di questo finale di 2003 sono (a parte la mia sulla nandropausa qui sopra) da attribuirsi a gene gnocchi e a jay leno. il primo ha brillantemente sdrammatizzato sul caso acquabomber (“un nuovo caso terrorizza l’italia. è già stato soprannominato “boero bomber”, un maniaco che armato di una siringa svuota i cioccolatini boero succhiandogli il liquore, in modo che quando uno li addenta li trova vuoti.”), il secondo ha vinto il palmares della miglior battuta (ne sono arrivate migliaia) sulla cattura di saddam (“quando l’hanno trovato, saddam aveva 750.000 dollari in contanti, una pistola e due ak-47. pare che volesse provare ad iniziare una nuova carriera come rapper”). per quanto riguarda invece il più scandaloso caso di censura avutosi quest’anno è ovvio che non c’è stata gara, perchè siamo ancora tutti quanti scossi dal caso della cancellazione del mio commento su zitti al cinema in cui definivo la rubrica della posta del cuore della aspesi “una rubrica defecatoria”. so di essere un personaggio scomodo, ma non è con la censura che riusciranno a mettere a tacere le mie opinioni, che evidentemente danno fastidio a troppa gente. le cose che mi propongo di fare nel 2004 sono nell’ordine: correre nudo in piazza castello a festeggiare la vittoria in champions league, correre nudo in piazza castello a festeggiare la caduta del governo, correre nudo in piazza castello a festeggiare la mia laurea, trascorrere più tempo possibile all’estero, ubriacarmi e skippare il militare (quest’ultima cosa potrei ottenerla trascorrendo molto tempo all’estero). buon anno, brutti stronzi.

il sindaco di sadness after sex

postato da atrocityexibition | 29/12/2003 23:31 | commenti (20)

lunedì, dicembre 22, 2003

this motherfucking world (15): this is turin not l.a.
da quando sono ritornato a torino sarò uscito una decina di volte, lo statuto di nightclubber non si addice certo ad atroC.T.X.Z.B.tion. però ieri sera a fine cena avevo ancora qualcosa da dire e forte della gradazione alcolica faticosamente accumulata decido che sono pronto per la notte di torino. si pone il problema di ricoprire le mie membra con un abbigliamento in grado di farmi sembrare sufficientemente giovane. scelgo la felpa rossa dell’inghilterra che tutti mi invidiano e che conferisce quell’aria da provetto hooligan per cui tutti mi stimano. arriviamo davanti a questo posto in cui non sono mai stato e lontano un chilometro si vede una quantità allucinante di gente in coda per entrare. una roba del genere basterebbe per dirottarmi nel bar di piazza castello aperto ventiquattrore a inghiottire grappe nardini per chiudere la serata. ma sono con quattro donne, tre delle quali sono clienti abituali, che mi rassicurano sul fatto che è da escludersi che rimarremo qui fuori a gelarci in culo insieme a questa massa di stronzi. in effetti scopro che presentarsi accompagnati da quattro donne è un lasciapassare universale che ti permetterebbe di skippare anche la fila per entrare in pellegrinaggio alla mecca. la selezione all’ingresso è affidata a tre buttafuori nordafricani. ora, io avevo promesso di non entrare in polemica, però rimanere impassibili di fronte a queste tre facce di merda è un’impresa epica. io che sono fuori dal giro ignoravo che la categoria dei buttafuori fosse tanto sgradevole. impugnando lo scettro delle briciole di potere conferitogli, questi uomini con l’auricolare ("i wish i had my own walkie talkie", cantava mr.e) adorano tenere per i coglioni il fiume di gente che rimane fuori a congelare aspettando un loro cenno. l’arroganza con cui decidono le sorti delle nostre (vostre, più che altro) serate è una roba che dovrebbe bastare per fargli dare quindicianni di carcere. il loro compito consiste nell’insultare tutte le persone di sesso maschile che vorrebbero entrare, minacciando di aggredire chiunque e comportandosi sempre come in una situazione di tensione estrema anche quando la tranquillità regna sovrana. ci lasciano entrare, le ragazze passano, solo che io vengo bloccato e spintonato indietro come un sacco di merda, "stai indietro tu, chi ti ha detto di entrare?! vai indietro e non rompere i colioni!". indietreggio in silenzio, ma questo stronzetto non s’immagina neanche ce ci avrei messo due secondi ad aprirgli in due quel suo grasso culone maghrebino con una mossa di kung-fu shaolin, disciplina nella quale dopo dieci lezioni sono considerato una leggenda vivente. alla fine entro, però non ci sono davvero parole per descrivere quanto merde fossero questi tre trangugiatori di thè alla menta. si credono di essere sonny liston, chiedono "la smettete di spingere o dobbiamo iniziare a spingere noi?", ma se tutti quelli fuori si ribellassero si ritroverebbero il cervello sparpagliato lungo via delle rosine. stronzi. il problema è che mantenere un’ubriacatura è come mantenere un’erezione e questo tipo di shock o sconvolgimenti o incazzature varie ti ripuliscono il cervello e ti ritrovi d’improvviso troppo sobrio per poter affrontare uno schifo di locale come questo, specie per un noto sociopatico come il sottoscritto. morale della favola appena entro mi manca subito la benzina. l’ideale in questi casi e trangugiare una certa quantità di birra fresca. bene, parto con la prima e mi becco una coltellata di rara violenza. sei euro del cazzo per una bottiglia di becks. volendo dare l’idea delle proporzioni del dramma si tratta di circa venti centesimi al centilitro. per una cifra del genere pretendo che venga un fottuto monaco belga a spillarmi una pinta di birra di serie A, di sicuro non questa pisciazza mitteleuropea in un bicchiere di plastica. fatto sta che l’unica roba che ci si può permettere in questo cesso è uno shot di pampero scuro abbinato a uno shot di succo di pera. non lo so, si vede che è l’offerta del giorno. sono in riserva e non mi posso permettere altro, quindi mi ingoio un paio di questi anche se la risacca da pampero scuro per me è una delle più temute. tempo che mi salga tutto e ci siamo già rotti le palle. pascoliamo un’oretta dentro la sala black music, ma si sente subito che il dj di sicuro non è il residente di un club di new york, perché la qualità dal suo set è scadente da fare paura, diceva bene morrissey quanto cantava di procedere a un’esecuzione sommaria del dj. come se non bastasse ci propone anche la canzone più brutta mai incisa nella storia, un pezzo giamaicano in stile sean paul (che ha imperversato tutta la serata e che io considero l’incarnazione del male) inframmezzato dal campione di violino degli stones che stava anche in bittersweet simphony dei verve. una roba che ridisegna il concetto di cattivo gusto, per il resto tutte merdate pescate dal palinsesto pomeridiano di mtv. mentre danziamo ci si avvicinano due energumeni vestiti di un solo microtanga rosso e anfibi. spero siano sul libro paga del gestore del locale e che non facciano di queste cose di loro spontanea volontà. la maggior parte delle persone era vestita da fare schifo e vivrò il resto dei miei giorni nella vana speranza che prima o poi qualcuno proibisca quei tristissimi stivaletti da boxeur (anche per i boxeur, mi piacerebbe vederli combattere in infradito). mi sono moderatamente divertito.
colgo l’occasione per fare i più sinceri auguri a tutto i lettori di sadness after sex. la vostra fedeltà alla rivista è la mia più grande soddisfazione e mi auguro che questo duemilaequattro sia per voi gravido di soddisfazioni e divertimento.
atroC.T.X.Z.B.tion




postato da atrocityexibition | 22/12/2003 22:09 | commenti (15)

venerdì, dicembre 19, 2003

(il fascino discreto dell’editoria):dilbert
scrivo in corsa perché piuttosto che qui dovrei essere ad occuparmi dei quattrocento sindacalisti che affollano il ristorante. volendo essere precisi posso anche affermare con un certo orgoglio che in questo momento sono pagato per scrivere sul blog. ieri ho quasi dovuto accendere un mutuo dal giornalaio, perché con repubblica vendevano due oggetti del desiderio a cui non ho saputo rinunciare. il primo è un libro che ho sempre voluto leggere, manhattan transfer di dos passos. mi sembrava un po’ sottile rispetto alle altre edizioni del libro. arrivato a casa mi sono accorto che per risparmiare sulla carta l’hanno stampato con un carattere numero quattro, di conseguenza mi pianterò alla terza pagina. poi davano il libro dei fumetti di dilbert, che per risparmiare sui diritti hanno stampato tre strisce per pagina, così alla fine gli spazi bianchi superano gli spazi disegnati. dilbert è la mia striscia umoristica preferita in assoluto, viene pubblicata in italia tutti i mesi su linus. il grande quesito che mi ha sempre assillato era sapere se scott adams, vista la precisione con cui discrive la vita lavorativa, avesse continuato a lavorare anche dopo aver raggiunto il successo con questa striscia. ieri sulla repubblica c’era un trafiletto che diceva che per i diritti di dilbert (pubblicato giornalmente su centinaia di quotidiani, qui ricordiamo il portoghese diario de noticias) incassa duecento milioni di dollari l’anno. ho il sospetto che il giornalista abbia pisciato un po’ troppo lungo, il che spiegherebbe anche il perché gli fanno scrivere questi trafiletti inutili invece di articoli veri. in realtà scott adams ha iniziato lavorando alla packard bell e dilbert, il protagonista della striscia, è ispirato ai milioni di lavoratori americani che tutte le mattine si rinchiudono in un cubicolo prefabbricato. è una fumetto che affronta con un sarcasmo unico i temi dell’alienazione e dell’abbrutimento da lavoro. le strisce pubblicate da repubblica sono piuttosto datate, il che è bene perché io non le avevo mai lette, però sono leggermente meno esilaranti di quelle più recenti. nelle prime qui pubblicate lo spazio del fumetto è ancora piuttosto esteso e molti personaggi lo affollano. trovo che gli esiti migliori si siano avuti con la progressiva disumanizzazione del posto di lavoro (l'evoluzione si nota anche nel libro di repubblica), ridotto a spazio quasi bianco, con pochissimi personaggi meglio caratterizzati. le uniche trasferte ormai previste sono quelle in un paese inondato di solo fango in cui una tribù di uomini primitivi (gli elboniani) offre manodopera a costo zero alla fantomatica ditta (“evviva, ci hanno dato un dollaro, siamo ricchi!”. “perché, prima quanto vi pagavano?”. “niente, venivamo motivati con degli slogan”). adams prende spunto dalle migliaia di e-mail dei lettori che raccontano le loro esperienze lavorative più assurde e poi, lungi dal volerne fare un fumetto iperrealista, le fa rivistare dai suoi personaggi condendole di dosi massicce di sarcasmo, cinismo, surrealismo, dipendenza da caffeina e qualche sortita nella fantascienza. di queste strisce di repubblica va detto che seppur alcune siano ancora acerbe sono comunque spesso esilaranti. quella in cui il capo (caratterizzato dalla sua infinita stupidità) si fa il riporto pettinandosi i peli delle orecchie sulla calvizie vale da sola il prezzo del biglietto (4.90 euro più il prezzo del quotidiano).
atroC.T.X.Z.B.tion



postato da atrocityexibition | 19/12/2003 11:10 | commenti (8)

martedì, dicembre 16, 2003

(suoni): virginiana miller (la verità sul tennis)
l’effetto baustelle pare si sia rivelato più serio del previsto. dopo cinque o sei anni di disinteresse generale torno a scoprire l’esistenza del rock italiano. capita addirittura che mi resti incastrato nel lettore questo disco dei viriginiana miller, che mi sorprendono piacevolmente rivelandosi uno dei gruppi più smithsiani in circolazione. la chitarra di johnny marr è qualcosa in più di un fantasma nella title track iniziale, vetta incontrastata del disco, un gioiello di quel voyerismo tennistico ("io ti spio/ tesa fino al gemito") incarnato a dovere dalla foto di copertina. un pezzo che incanta mescolando cronaca sportiva e tormenti amorosi ("spero in una volè di sguardi per me/ io ti spio sì/ mi piace guardare/ godermi lo stile che hai/ e rodermi il cuore di panna al bar"). sul finale arriva un cambio di direzione che scivola, con grazia davvero unica, nella rievocazione del ricordo dei primi turbamenti sessuali ("nessuno immagina che mi manchi ancora/ nessuno sa che pensando a te io mi masturbo ancora/ la verita sul tennis nessuno sa…"). è un disco variopinto, che però trova i suoi momenti più felici e affascinanti nel suo versante adolescenziale, come in quelle due ballate malinconiche che sono "la vita illusa" e "un’altra sigla per harlock". la prima in particolare è un viaggio nella memoria dell’infanzia che pur correndo il rischio della stucchevolezza regala momenti di pura commozione, forte di un testo che temo abbia qualcosa a che fare con la poesia e che mostra momenti di puro genio letterario ("e ancora mondi possibili, altri mondi immaginabili/ finché siamo giovani/non lasciarti andare/ fallo per lei, fallo per cosa ti pare/ fallo perché i giornalisti del giornale locale scrivono male"). a conferma del fatto che "la verità sul tennis" fosse un disco fortemente televisivo, dopo "harlock" arrivano "telefilm" e "requiem per la rai", testimoni della doppia indole di questo disco, fermo a guardare al passato ma senza mai mancare d’ironia. perché se telefilm suona come la sigla di una serie tv degli anni ’80 e ne rievoca le folli trame, "requiem" rallenta e pesca nell’immaginario televisivo del passato per rendere omaggio agli eroi e alle immagini che affollano la memoria di tanti momenti passati davanti allo schermo.

atroC.T.X.Z.B.tion


postato da atrocityexibition | 16/12/2003 17:02 | commenti (7)

sabato, dicembre 13, 2003

this motherfucking world (14): la fine del calcio

bufera sul mondo del calcio: l’uefa ha deciso di bandire la sigarette nelle aree tecniche degli stadi, panchine comprese, perchè a quanto pare il fumo danneggerebbe l’immagine del calcio. è stato fatto notare che anche blatter, moggi e gaucci non sono certo un bel vedere, ma pare che per il momento non verranno presi provvedimenti in tal senso. preoccupate le reazioni degli allenatori, che spesso sopportavano la tensione dei novanta minuti spippacchiando una sigaretta dopo l’altra. sadness after sex può vantare un’esclusiva sul caso più drammatico. abbiamo incontrato un allenatore di serie B (la redazione si riserva di non rivelarne l’identità) a un incontro di tabagisti anonimi. questa la sua dichiarazione: “mi chiamo zdenek e ho un problema col tabacco”. pare che nelle prossime domeniche scenderà in panchina sorseggiando metadone. c’è invece chi ha preso provvedimenti da subito aderendo all’iniziativa prima dell’entrata in vigore della legge. mercoledì sera, durante l’impietosa vittoria per 7-0 della juventus sull’olimpiakos, david trezeguet si è infortunato a partita in corso. rientrando negli spogliatoi ha sentito un forte odore di fumo. insospettitosi, ha scoperto marcello lippi chiuso in bagno a fumare come a scuola. l’allenatore impassibile ha chiesto “quanto siamo?” ed ha finito il suo sigaro. soddisfazione nelle parole di hector cuper: “ho lasciato la panchina dell’inter perchè così almeno posso fumare dove cazzo mi pare”. nessun problema per carletto ancelotti, che ha fatto qualche tiro solo una volta durante la finale di champions perchè “per poter dire di aver vissuto bisogna fare anche questo tipo di esperienze”. ma non sono gli allenatori le uniche vittime del “nuovo corso”. dario hubner, da buon bisonte dell’area di rigore quale è, amava aspettare quei due palloni a partita che gli arrivano appoggiato al palo della porta avversaria dimezzando un pacchetto di marlboro morbide. “adesso dovrò portarmi qualcosa da leggere” sono state le parole amareggiate dell’esperto attaccante dell’ancona.

atroC.T.X.Z.B.tion

postato da atrocityexibition | 13/12/2003 12:29 | commenti (10)

mercoledì, dicembre 10, 2003

this motherfucking world(13): the anti società autostrade manifesto

un folle sta portando a termine con successo il progetto di mandare in loop l’autostrada torino-milano. con i lavori per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità si è proceduto all’infame e metodica chiusura di tutte le uscite-entrate disponibili. tra pochi giorni l’unico percorso possibile sarà entrata/torino-uscita/milano. l’avvicinamento coatto alla città che più odio mi provoca dello sconforto, eppure il cittadino che come me deve uscire a metà autostrada trova tutte le uscite rase al suolo e tra poco sarà costretto ad arrivare a milano, rientrare e ridirigersi verso torino. fino al giorno in cui verranno chiuse anche le uscite di torino e milano con qualche povero stronzo dentro che sarà costretto a vivere in un autogrill per il resto dei suoi giorni. l’alta velocità è un progetto che richiede la costruzione di una ferrovia che passerà su un terrapieno enorme ai bordi dell’autostrada per collegare torino a qualche altro inutile conglomerato urbano del nordest. un’impresa costosissima e fastidiosissima dai connotati vagamente epici, che compete per stupidità solo con la costruzione del ponte sullo stretto e col tentativo di portare l’avellino in serie A affidando la panchina a zeman. prima si poteva vedere qualche sporadico cascinale tra i campi, oggi è tutto un cumulo di macerie fumanti, cemento, fango e un florilegio di tute arancione-fosforescente che devastano tutto quello che si trovano davanti. a onor del vero va detto che questo frammento di pianura padana faceva schifo al cazzo già prima, però non è un buon motivo per trasformarlo in un remake a basso costo di mad-max. avrei altra indignazione da sprizzare ma credo che la userò per scrivere a striscia la notizia (scherzo, vadano a cagare, li odio). sul finire piazzerei un paio di varie ed eventuali: mentre concepivo questo post alla guida della mia nissan micra su radio torino popolare hanno messo you really got me dei kinks, il che è molto insolito e ha in parte mitigato il mio nervosismo. arrivato a casa un messaggio del kaiser mi avvisava del fatto che gli spietati è stato (uhm... esiste una parola per dire “linkato sulla carta”?) su film tv. dopo anni di militanza è arrivato il giusto riconoscimento. purtroppo io da un paio d’anni ci scrivo poco per via del fatto che odio il cinema. cosa ne dite della versione albina del blog?

atroC.T.X.Z.B.tion

postato da atrocityexibition | 10/12/2003 18:50 | commenti (15)

domenica, dicembre 07, 2003

songs that saved my life (2): baustelle
non ho ancora smaltito del tutto l’entusiasmo per il loro concerto di giovedì sera all’hiroshima e colgo l’occasione per parlare di un gruppo che mi sta terribilmente a cuore. ne hanno parlato recentemente elrocco, maxcar e boll, ma non posso fare a meno di parafrasare ancora una volta le parole di rossano lo mele, che sul posto di bloggo dei perturbazione mette "la moda del lento" al primo posto della sua playlist del 2003, "Perché ho passato almeno due weekend al mare con Irene, Max, Stefania e Bau a urlare a squarciagola sull’Aurelia (in macchina, con l’autoradio a palla da veri tamarri, tra Sanremo e Pompeiana: ed ero veramente, ma veramente felice, quasi come quando gioco a calcetto) tutti i versi del disco". non posso fare a meno neanch’io di legare il loro nome a un frammento della mia biografia, ricordi risalenti al mio mai abbastanza compianto anno lisboeta, sulla moquette della casa di ellis e fede, ubriachi a cantare "potrei scambiare i miei le ore con te ? tremavo un po' di doglie blu e di esistenza inutile vibravo di vertigine, di lecca-lecca e zuccheri". ero felice da fare schifo (ma forse sono solo patetico perché ho semplicemente sostituito questi versi ai "quella tua maglietta fina" di tanti altri) e quando giovedì sera è finalmente partita "gomma" ho seriamente rischiato le lacrime. essendo che imperdonabilmente non avevo ancora comprato "la moda del lento", sono rimasto un po’ spiazzato dal sentire per la prima volta tutte le canzoni nuove quando non vedevo l’ora di ascoltare i pezzi del primo disco. sul finale sono arrivati "la canzone del riformatorio", "gomma" e "le vacanze dell’ottantatre", che sono dei classici che la gente ha cantato a squarciagola. un facinoroso è anche salito sul palco a cantare con francesco "lo scrivi sì, lo scrivi o no, il tuo romanzo ero-ti-co". ammetto di averlo invidiato. è stato un bel concerto e i baustelle oltre che bravi sono anche belli da vedere, in particolar modo rachele e fabrizio (tastierista e uomo mac). a fine concerto si parlava del fatto che "la moda del lento" è un ottimo disco, che però forse manca dei "singoli" che hanno fatto di "sussidiario illustrato della giovinezza" (speriamo sia ristampato presto) un disco indimenticabile. ora che l’ho comprato e ascoltato incessantemente per tre giorni posso dire che non è vero. sono estasiato di fronte all’elettropop tabagista di "reclame", che in questa splendida macchina del tempo (passato) che è il suono dei baustelle ci riporta nel bel mezzo degli anni ’80 (ma è difficile non pensare anche ai pulp di different class). a sentire "la canzone di alain delon" sembra di vederlo sulla copertina di un disco degli smiths. riaffiorano le tematiche adolescenziali e si fatica a restare insensibili di fronte a cose come "ero più bello quando stavi con me, ero più giovane, ma sono diverso, sono sporco, avevo torto marcio, tu piangevi, io già recitavo, erano anni che studiavo, alain delon fumava". il duetto di "mademoiselle boyfriend" sembra cantato da tom jobim e elis regina sul palco di sanremo. il pianoforte di "arrivederci" è una specie di colonna sonora di un polar francese degli anni ’50, "la settimana bianca" uno slalom tra "esistenzialisti tristi e quarti arrivati di discesa libera all’inferno". se però dovessi pescare all’interno di questo disco un’immagine per descriverlo (a parte quella del della ragazza che si abbraccia da sola, sul poster disegnato da florence malik), sceglierei quella del dandy solitario che è il protagonista di "bouquet": "mi chiedo ‘la bellezza che cos’è’/ ma resto qui/ con un bouquet/ di viole che/ non gradirai".
atroC.T.X.Z.B.tion



postato da atrocityexibition | 07/12/2003 23:12 | commenti (16)

venerdì, dicembre 05, 2003

sad.aft.sex sulla tavola degli italiani(1): la crema delle atrocità
ho deciso di mettere al servizio dei miei lettori la mia mirabile arte culinaria, data da circa cinque anni di esperienza sui fornelli e da ventiquattro anni di esperienza come figlio di ristoratore. il motivo è anche un altro: da una ricerca sociologica è emerso che il lettore di sadness after sex è un uomo solo (le donne non mi leggono, anzi mi schifano peggio di for men magazine) che dopo anni di lontananza dalla casa paterna finisce con l’abbrutirsi, col nutrirsi di solo tabacco e che piuttosto che cucinarsi un piatto decente preferirebbe farsi collegare una flebo che gli garantisca l’apporto nutrizionale sufficiente alla sopravvivenza. il piatto del giorno è una deliziosa crema di verdure che tra l’altro sto cucinando in diretta mentre vi scrivo. avendo aggiunto un ingrediente alla crema parmantier mi sono arrogato il diritto di ribattezzarla "crema delle atrocità". ingredienti per una persona: una lattina da 50cl di birra hollandia, due patate di media grandezza, un porro (sono quelle verdure verdi in cima e bianche in fondo di forma cilindrica e allungata con foglie concentriche), un finocchio, due scalogni o una cipolla (meglio rossa) di media grandezza, acqua, sale. vi serviranno anche una pentola a pressione e un frullatore a immersione. se non avete la pentola a pressione (o se non riuscite a inserire quel fottutissimo coperchio) fatela in una penatola coperta, ma se non avete il frullatore a immersione siete fottuti. tempo: non pervenuto. preparazione: scolatevi la birra mentre cucinate (e anche consigliabile fumare molto e trovare qualcosa di decente alla tele, se no rischiate che non vi passi mai). spelate le patate, togliete le parte più verde del porro (potete lasciarla ma non è molto gustosa), potate i gambi del finocchio e spelate la cipolla. lavate le verdure (il discorso "tanto quando cuociono si sterilizzano" vale fino a un certo punto), tagliatele a pezzi non troppo piccoli e mettetele nella pentola a pressione senza molta acqua (più ne mettete meno la vostra crema sarà densa, io suggerirei di non coprire neanche le verdure. se la fate con la pentola normale ci vuole più acqua, le verdure dovranno bollire circa 25 minuti). mettete la pentola a pressione su un fuoco moderatamente alto (attenzione. se mal usata la pentola può provocare ustioni, morte o ferite gravi) fino a quando non inizia a fischiare. a quel punto abbassate il fuoco (importante, siete a rischio esplosione) e lasciate cuocere per una ventina di minuti. spegnete il fuoco e lasciate riposare qualche minuto. togliere il coperchio sarà terribile. nel farlo cercate di usare delle bestemmie fantasiose e mettete la pentola sotto l’acqua fredda (eviterà che vi esploda fra le mani). se proprio non ci riuscite (tipo io adesso) inserite una cannuccia nelle pentola e cercate di succhiare le verdure (buon appetito). i più fortunati potranno a questo punto immergere dentro le verdure il frullatore a immersione, frullare a piacimento, salare, scaldare all’occorrenza e mangiare con un filo d’olio crudo e magari una spolverata di pecorino o parmigiano. non sono certo che sia buona perché l’assaggerò la prima volta stasera. se dovesse far cagare evitate di mettere il finocchio, che è l’ingrediente che ho aggiunto io solo perché me l’ha dato mia mamma ed ero stufo di mangiarlo in insalata. potete aggiungere una noce di burro o addirittura farina per addensare. innaffiate pure con la solita birra hollandia o con un vino rosso corposo (a seconda del vostro budget potete abbinarci un merlot del lidl da un euro e venti o un barolo del sessantotto. in quest’ultimo caso però conviene anche addentare una bistecca enorme).
atroC.T.X.Z.B.tion



postato da atrocityexibition | 05/12/2003 19:48 | commenti (17)

mercoledì, dicembre 03, 2003

vasca di degustazione sensoriale (suoni): sometimes it hurts (tindersticks)
con la crisi che c’è in giro non era proprio il caso di fare del completismo, ma i dischi dei tindersticks credo che non riuscirò mai a smettere di comprarli. a volte li degno appena di un ascolto superficiale, come mi è successo con l’ultimo album o con quella colonna sonora di quel film di claire denis con vincent gallo. ad ogni modo come si fa a rimanere insensibili al fascino di questo gattone rosso dipinto in copertina (e anche sul cd)? ci sono dei bellissimi gatti disegnati in copertina anche su un doppio 10" che ho a casa, uno splendido live, credo sia live at bloomsbory theatre o qualcosa del genere, che risale al periodo del secondo disco. fanculo comunque. sometimes it hurts è il secondo di una coppia di singoli usciti al seguito dell’ultimo album della band, che se non sbaglio è stato accolto nell’indifferenza generale. non era un cattivo disco, ma è stato come un passo indietro, un ritorno alle sonorità che li hanno resi celebri, e posso capire che a qualcuno possa essere venuto in mente il discorso "brutta copia di sè stessi". non lo so e per la verità ho anche perso interesse per quello che sto scrivendo, quindi cercherò di giustiziare questo post nel più breve tempo possibile. oggi non avevo neanche voglia di scrivere niente, solo che è da domenica che non pubblico un cazzo (e poi comunque per quel post sul sorteggio degli europei non credo che mi daranno il pulitzer) e allora siccome sampdoria-milan di coppa italia è una tristezza infinita e siccome qui non c’è nessuno con cui parlare mi sono messo qui a scrivere. però a metà post mi sono venute a mancare le motivazioni. per la verità avrei voltuto parlarvi del film che sono andato a vedere oggi, "the punk rock movie", solo che mi sono addormentato a metà e comunque erano tutti spezzoni di concerti. hanno fatto vedere tre volte johnny thunders e anche gli x-ray spex. nel singolo dei tindersticks c’è una traccia video con un cortometraggio abbastanza divertente. a parte la title track (duetto con lhasa de sela che ricorda quello con carla torgerson sul secondo disco) c’è poi una cover di una canzone di lee hazelwood. qualcuno sa dirmi qualcosa a proposito di lee hazelwood? lo sto tenendo d’occhio per via del fatto che è parecchio coverizzato. mi risulta che anche some velvet morning (sull’ultimo disco dei primal scream) sia da attribuirsi a lui.
atroC.T.X.Z.B.tion



postato da atrocityexibition | 03/12/2003 23:32 | commenti (9)



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