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martedì, febbraio 24, 2004
the winter garden (immagini): l’uscita dal ballo in maschera mentre fumavo sul balcone l’altro giorno avevo anche pensato di scrivere un post intimista sullo scioglimento della neve causato dalla pioggia. da bambino pensavo che non sarei mai arrivato a sperare che arrivasse la pioggia a riingrigire da capo la provincia vercellese, lasciando quello sgradevole impasto marrone sull’asfalto, auspicato dagli adulti per poter risalire finalmente in macchina a costeggiare le risaie sulla strada delle grange, per riprendere finalmente a lavorare a pieno regime. preferivo lo scompiglio momentaneo, le pause forzate, la natura che ritorna a dettare i tempi della vita, a incasinare gli spostamenti bloccando il traffico e i collegamenti. evito di farlo perché immagino che nessuno abbia voglia di leggere queste cagate, figurarsi io di scriverle. però voglio ugualmente omaggiare la stagione in corso con una nuova rubrica che si occuperà della rappresentazione dell’inverno. sfogliando il libro dell’espresso dedicato al museo hermitage di leningrado ho scoperto questo quadro di jean-léon gérome (guardatelo adesso, che se no poi non capite un cazzo. qui trovate un particolare) di cui ignoravo beatamente l’esistenza. olio su tela, 68x99, dipinto nel 1857. ebbe al tempo uno straordinario successo di pubblico, che spinse addirittura l’autore a farne diverse copie, una delle quali è quella dell’hermitage (l’originale lo trovate al musée condé di chantilly, ammesso che abbiate idea di dove si trovi chantilly). stando alle mie infime conoscenze artistiche mi risulta essere un caso più unico che raro di thriller pittorico. rappresenta i postumi di un duello avvenuto all’uscita di un ballo in maschera appunto, una scena di morte violenta sulla neve, all’alba. un pierrot morente è sorretto da tre personaggi mascherati, mentre due persone (arlecchino e un capo indiano) si allontanano sulla neve. l’osservatore si trova allora a dover scoprire chi dei due sia l’assassino, utilizzando gli indizi disseminati nel quadro. nonostante il capo indiano sia ritratto di spalle riusciamo a percepire dalla sola postura delle spalle il suo turbamento, mentre arlecchino sembra volerlo a un tempo sorreggere e tranquillizzare. non indossa più il suo mantello, e le piume rimaste a terra sulla neve inducono a credere che siano cadute dal suo costume mentre era coinvolto nel duello. arlecchino avrebbe potuto invece essere avversario di pierrot per l’ambientazione da commedia dell’arte imposta dai costumi. la teatralità della scena strania l’immagine, lasciandola il bilico tra il realismo crudo del tema raffigurato e la dimensione surreale dei costumi, che strappano la scena alla realtà per portarla dentro la dimensione della rappresentazione, del falso. come se sotto la neve si nascondesse il legno di un palcoscenico, proprio perché l’irrompere della morte dentro la dimensione giocosa delle maschere esalta il dramma fino a renderlo surreale. i personaggi mascherati hanno lasciato il palcoscenico (la festa), luogo in cui la morte non è contemplata e non può esistere. avventuratisi in un terreno alieno finiscono allo sbando, e cadono nel ridicolo perché si troveranno al cospetto della morte vestendo abiti inadatti, che accentuano l’inadeguatezza di chi li veste. la luce del mattino, ricreata magistralmente da gérome, impone una sorta di bicromatismo color seppia, che parte dal bianco in primo piano per svanire verso i toni giallastri dello sfondo. mentre pierrot impallidisce mortalmente (il colore del volto assume quello della neve), arlecchino e il capo indiano si apprestano a scomparire nel buio dello sfondo, come se abbandonando la scena del delitto stessero per sfumare nella natura circostante. il sangue è appena accennato sulla veste di pierrot (uno schizzo vicino alla mano del doge di venezia) perché il colore predominante della morte è dato dal pallore cadaverico dello sconfitto, che sta ormai uniformando la pelle al vestito, in violento contrasto con le carnagioni delle persone che lo circondano. quello di pierrot è un corpo ormai privo di vita: bloccato nella caduta dalle braccia che lo sorreggono sembra essersi ormai irrigidito, assumendo l’aspetto, il colore e la freddezza di una statua. atroC.T.X.Z.B.tion postato da atrocityexibition |
24/02/2004 23:17 | commenti (19)
giovedì, febbraio 19, 2004
non ascoltate la réclame il dibattito per il nome del blog aveva seriamente rischiato di trascinare la redazione in un conflitto a fuoco. poi, come succede sempre in questi casi, è intervenuto un genio a proporre uno splendido nome che ha messo d'accordo tutti: gli spostati. perfetto nell'evocare john huston e la coppia miller/monroe, oltre che l'assonanza con il nome della rivista. ed è così che la più autorevole ed elegante delle riviste cinematografiche on-line sbarca nella blogsfera. la redazione de gli spietati potrà finalmente cazzeggiare in santa pace sulle colonne de gli spostati. ci scrivono sopra alcuni dei più sontuosi cervelli della critica cinematografica europea, alle prese per la prima volta nella loro vita con qualcosa che non siano i film (i trailer per esempio). alcuni di voi potranno obiettare che il più brillante di quei cervelli voi già lo leggevate quotidianamente. adesso, in attesa che vi sia recapitata una copia della mia tesi di laurea, potrete finalmente coronare il vostro sogno di leggermi ancora di più. non pago di sad.aft.sex e delle citazioni colte di city mi sono ben guardato dal tirarmi indietro da quest'altra imprescindibile iniziativa editoriale, e così oggi potete già leggere il primo post del vostro beniamino sulle pagine de gli spostati. divertitevi. atroC.T.X.Z.B.tion postato da atrocityexibition |
19/02/2004 17:12 | commenti (18)
lunedì, febbraio 16, 2004
dead football players(2): lauro minghelli (11 gennaio 1973- 15 febbraio 2004) confesso di avere avuto la tentazione in questi giorni di cambiare il nome del blog in sadness after death. questa storia, dopo i fatti del fine settimana, rischiava di passare in secondo piano e vorrei darle il giusto peso. apprendo oggi della morte di lauro minghelli, ricordo di avere conosciuto la sua storia sulle pagine del mucchio, qualche anno fa in un articolo di andrea scanzi che ritrovate qui e che spero abbiate voglia di leggere. era uno dei giocatori più promettenti dell'arezzo di serse cosmi, che gli è sempre rimasto vicino nella malattia e che alla fine di perugia-chievo si è precipitato al suo capezzale, a maranello. è l'ennesimo calciatore affetto dal morbo di gehrig, la malattia che aveva già trascinato in una lentissima e terribile agonia l'ex capitano del genoa signorini. lo chiamano il morbo dei calciatori, ma lauro, in un'intervista rilasciata sempre ad andrea scanzi, escludeva nella maniera più assoluta che la sua malattia fosse in qualche modo legata al doping. di conseguenza mi astengo dal fare qualsiasi altro commento in proposito. postato da atrocityexibition |
16/02/2004 15:42 | commenti (6)
domenica, febbraio 15, 2004
dead riders: marco pantani (13 gennaio 1970- 14 febbraio 2004) ho appreso questa mattina dai giornali. non credevo che una notizia di questa portata la si potesse ancora scoprire sulle prime pagine dei giornali, come negli anni cinquanta. e invece sono rimasto bloccato per qualche secondo in mezzo all’edicola, un tuffo al cuore pazzesco e chissà quanti altri prima di me. la repubblica titola "pantani trovato morto in un residence", come una rockstar degli anni ’60. di fianco alla sua foto con la maglia gialla della mercatone uno gli articoli di gianni mura e di leonardo coen (era difficile trovare un nome più appropriato per un requiem). overdose o suicidio tra le ipotesi del decesso, dicono. magari un giorno arriverà qualche giornalista influente a spiegare a tutti che le due cose sono praticamente sinonimi, in questi casi. per quanto mi riguarda ho sempre ritenuto sufficientemente influente il mio professore di educazione fisica del liceo, appassionato di ciclismo in maniera ossessiva, che non mancava mai di ripeterci tutte le settimane che il doping nel ciclismo moderno è un dato di fatto, dal quale nessuno poteva permettersi di sottrarsi. la questione della pulizia o della sporcizia è data dalle dosi assunte, dalle reazioni del corpo del singolo ciclista. l’ipocrisia che ha portato al concepimento delle nuove regole (quelle che hanno stroncato la carriera di pantani) avrebbe dovuto risollevare questo sport ai fasti di un tempo che fu e invece l’ha ridotto a una barzelletta, a una parodia di sé stesso riuscita talmente male da renderlo inguardabile. da oggi sarà davvero un’impresa folle quella di rimontare in sella come se niente fosse. avevo sperato di vederlo ripartire e cancellare tutto nell’ultimo giro. arrivò quattordicesimo e quando qualche mese fa i giornali riportarono la notizia del suo internamento in una clinica per la disintossicazione, tutti capirono di averlo perduto. addirittura in quei giorni la gazzetta dello sport istituì un servizio di sms per i fans che volevano supportare il pirata nel suo calvario. l’ultimo di una lunga serie, per la verità. non ho molto altro da aggiungere su questa storia e mi congedo con le parole di gianni mura, che questa mattina mi hanno commosso fino alle lacrime: "gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa. diventerà un mito probabilmente. come quelli che muoiono troppo presto, come quelli che non si sa perché muoiono. avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline". postato da atrocityexibition |
15/02/2004 13:16 | commenti (7)
mercoledì, febbraio 11, 2004
sad.aft.sex get off the air!(1): walkabouts (train leaves at eight) continua l’efferata campagna goebbelsiana per la censura e l’imbavagliamento delle due menti più lucide del giornalismo italiano. dopo i tentativi di mandare il tg4 sul satellite, i soliti burattinai dell’informazione veteromarxista hanno cercato di mandare sadness after sex alla radio. in realtà si tratta di un piacevole strascico della mia missione in terra triestina, che come ricorderete culminò con un’apparizione sulle frequenze di radio fragola. l’evento si è ripetuto telefonicamente in un paio di occasioni, nelle quali ho dispensato perle di saggezza musicali al pubblico triestino. siccome i ripetitori di radio fragola pare non escano dai confini regionali ho deciso di offrire questo servizio di trascrizione dei miei interventi, destinato a tutti i triestini residenti all’estero. il resident dj della trasmissione è il mio amico dario, che ha aperto i microfoni a mercoledì più o meno alterni a me e al mio amico fede (la massima autorità thienese in materia di bob dylan). si ricostituisce così in patria l’asse sabaudo-triveneto che animò le notti lisboete nella stagione 2001/2002. io, dopo johnny thunders, ho dedicato due puntate ai walkabouts, band di seattle che mi sta discretamente a cuore. dopo alcuni cenni biografici e una recensione vocale di see the beautiful rattlesnake garden, abbiamo parlato oggi dello splendido train leaves at eight, uscito nel duemila su glitterhouse (etichetta teutonica alla quale si accasarono dopo il benservito della sub pop), composto (come già satisfied mind del 93) interamente di cover. in realtà, senza nulla togliere alla scrittura della coppia eckman/torgerson, è proprio nell’esecuzione di brani altrui che i walkabouts raggiungono alcune delle vette più alte della loro discografia. questo disco in particolare è insieme un tributo alla canzone del vecchio continente e un viaggio attraverso i suoni di queste terre. train leaves at eight è diviso in due parti, south e north, sette tracce per ognuno dei due punti cardinali. la title track è affidata a una versione di un pezzo di mikis theodorakis, cantautore combattente molto celebre in patria che della sua patria conobbe anche le galere. la strana coppia goran bregovic/scott walker (ignoro da dove nasca la collaborazione) è autrice della bellissima man from reno, mentre l’italia è rappresentata splendidamente da una versione di disamistade di de andrè/fossati. eckman afferma di essere un grande fan di de andrè e di essersi procurato la sua discografia completa dopo averne conosciuto l’opera tramite un amico austriaco (?). il filone del cantautorato tradizionale prosegue con il catalano lluis llach (nel lato nord non poteva mancare una traccia dell’immenso jaques brel), mentre dalla francia arrivano due cantautori più recenti, francoiz breut e dominique a. (la cui produzione nacque, come per chris eckman e carla torgerson, da un sodalizio artistico e sentimentale, poi interrotto. la breut proseguirà da sola, pubblicando tra l’altro due dischi molto interessanti su bella union, un omonimo e vingt a trente mille jours). ma i walkabouts dimostrano sorprendentemente di saper gestire anche suoni meno convenzionali, come il cut & paste di solex, "regina olandese del campionamento", o l’elettronica minimale di neu!, duo di krautrockers di matrice (musicale e di line-up) kraftwerkiana. quest’ultima canzone in particolare sottolinea la dimensione del viaggio, ricollegandosi con uno sferragliare di treni alla canzone di theodorakis. train leaves at eight è un disco che dimostra grande rispetto e passione per i pezzi originali, affrontati con delicatezza, senza stravolgerne mai la struttura e seguendo un percorso geografico e filologico di altissimo livello. tra le tante guest star spicca il nome di peter buck dei r.e.m., sempre pronto a collaborazioni eccellenti con i nomi che hanno fatto grande il rock americano degli anni ’90 (mark eitzel, per esempio). il primo lettore che saprà dirmi da cosa deriva il titolo di questa rubrica, vince una birra piccola da ritirarsi in uno dei bar sotto casa mia (gli indiebloggers che non dovessero sapere la risposta, saranno invece tenuti a pagare una birra media in un bar sotto casa loro). atroC.T.X.Z.B.tion postato da atrocityexibition |
11/02/2004 22:26 | commenti (19)
sabato, febbraio 07, 2004
rilascio questo post dopo l'avvenuto pagamento del riscatto. this motherfucking world (16): affinità e divergenze sul conseguimento della maggiore età ieri è stata una giornata particolare. a mezzogiorno ho sentito improvvisamente, per la prima volta nella mia vita, l’impulso fortissimo di lavare la macchina. una mansione che ho sempre trovato piuttosto inutile, eppure ho provato un certo godimento nel vedere rimuovere quel sempiterno strato di polvere dal benzinaio più scazzato della pianura padana (-può aspirare anche dentro per favore? –no.). stasera il fratello di rob festeggia la sua leva (festa paesana che avviene in occasione del conseguimento della maggiore età) e siamo invitati alla cena nella palestra del paese limitrofo al mio. questo manipolo di diciassettenni esige un finale danzante in discoteca e io e rob siamo autisti sobri designati. bella schifezza, con ancora le pubblicità progresso della tele in questi giorni di morti schiantati contro gli alberi che dicono “se non mi fossi messo al volante dopo quell'ultima birra...". sobrio in una discoteca di provincia è uno psicodramma magnificamente sintetizzato dal commento di rob: “cazzo, non possiamo neanche portarci un libro da leggere... va a finire che dobbiamo stare tutto il tempo a limonare sui divanetti”. ogni minuto che passava mi sembrava di invecchiare di un anno, anche perchè mi presento alla cena con copia omaggio di kick out the jams per il fratello di rob, nel tentativo paterno di sopirne le pulsioni metallare. c’è un sacco di gente che ha una quantità spaventosa di anni in meno di me e poi individuo una serie di ex-compagni di classe. in questo contesto di tavoloni imbanditi in palestra avverto l’emergere di un certo grande freddo. il massimo della tristezza arriva con quei campioni mancati che da bambino mi surclassavano al futbal. me li sono sempre immaginati a giocare da professionisti e vederli militare in queste categorie minori che sono un ricettacolo di sogni infranti... (no, scherzo, spero mi ucciderete quando inizierò davvero a scrivere queste merdate dei sogni infranti). fanculo, comunque. i doppi litri di bonarda locale sono un impietoso ostacolo di selezione naturale e i più giovani (però solo quelli provenienti dalla città) danno presto prova di grande mezzoseghismo, infliggendosi un sovradosaggio che li condurrà uno dopo l’altro chini sulla tazza del cesso. forte della mia esperienza mi sento in dovere di assumere il ruolo di dispensatore di buoni consigli, che consiste nel raccomandare a chiunque di vomitare sempre e comunque. sul palco un gruppo intona un repertorio di cover dei litfiba. bravi ragazzi (i coverizzatori, dico) però, proprio quando le forze del bene sembravano aver definitivamente trionfato sugli originali, è mio dovere chiedere loro di passare ad altro, affinché sia cancellato anche il loro fastidioso ricordo (dei litfiba, dico). rob accompagna a casa le vittime della bonarda, io vengo lasciato solo con un adolescente superstite che ho prontamente ribattezzato rain man, avendo reagito ai miei disperati tentativi di conversazione con tutta la verve e la scoppiettante vivacità tipica di un autistico di lunga data. allora sono andato a pisciare. io, i miei, credo di averli sempre delusi in tutto. ci tenevano molto che io non fumassi, non bevessi, non bestemmiassi e frequentassi una facoltà rispettabile. niente da fare, però su una cosa ho fatto come volevano loro: ci tenevano molto che pisciassi seduto. scusami mamma, ma ieri sera ho saldamente mantenuto la mia posizione eretta. il bagno era in condizioni infami e sull’asse del water era pieno di carta igienica svomitazzata. per cancellarne la presenza ho cercato di pisciarla via (verso il centro), ma purtroppo non essendo un grande esperto di pisciate dall’alto ho finito che ho fatto un casino peggio di prima. la temuta trasferta danzereccia (si paventava addirittura un’incursione nel biellese) è saltata e io mi sono molto divertito. parte del merito era da attribuirsi all’ m.v.p. della serata, uno di quei personaggi che animano la vita di provincia con i loro splendidi racconti etilici, che sono l’ultimo grande baluardo della trasmissione per via orale della storia popolare. nel raccontare di aver ottenuto una scomunica temporanea di due anni dalla chiesa del paese, si farà portavoce di uno degli aneddoti più divertenti degli ultimi tempi. da chierichetto, pare che durante una cerimonia fosse incaricato di trasportare le ampolle contenenti acqua e vino. nel farlo inciampò in uno di quei sudici tappetini rossi che ornano gli altari di mezzo mondo e nel cadere la sua bocca finì proprio davanti al microfono del prete nel momento in cui lasciò partire una fragorosa bestemmia, debitamente amplificata ad uso e consumo dalla frangia più hardcore del bigottismo locale. non lo so, forse adesso dovete uccidermi davvero, però lavare la macchina dal benzinaio, parlare con i miei amici di un tempo, bere la bonarda del contadino dentro una palestra coi festoni e le cover dei litfiba... boh, forse sono così preso dal progettare nuovi tentativi di fuga che alla fine mi ero quasi dimenticato che è da questo posto qua che provengo. un posto dove quasi non mi saluta più nessuno, nel quale torno una volta alla settimana praticamente da turista. certe volte penso che ogni individuo a una certa età dovrebbe essere deportato forzatamente da un’altra parte per un po', tanto per vedere com'è. perchè ascoltare i racconti delle vite di quelli che sono rimasti qui, cristo, mi mette di cattivo umore. mi costringe a pensare a tutte quelle merdate su cosa sarebbe successo se fossi rimasto e solo il pensiero di fare certi pensieri lo trovo disgustoso. ringrazio la persona che da qui mi ha sradicato, perchè essendo vittima di una certa pesantezza di culo avrei rischiato, rimanendo, di fare il pensiero contrario. dubito che sarebbe stato un bel vivere, perchè non ne ho la certezza, ma ci sono forti probabilità che questo posto faccia schifo. atroC.T.X.Z.B.tion postato da atrocityexibition |
07/02/2004 17:09 | commenti (23)
comunicazione di servizio: finchè qualche stronzo non si degna di leggere il post sottostante (dovete dimostrarmelo con un riassunto articolato) non ne verranno pubblicati altri (i due commentatori sono ovviamente esclusi). grazie. postato da atrocityexibition |
07/02/2004 11:42 | commenti (6)
martedì, febbraio 03, 2004
vasca di degustazione sensoriale (immagini) les fantasmes phallocratiques d’un cinéaste raté era il titolo di un articolo molto polemico scritto da una giornalista su una rivista medica al tempo dell’uscita di une sale histoire (accusato stupidamente di sessismo). sarebbe stato poco sensato ma divertente intitolare così la rassegna (iquasi completa, manca le cochon )dei film di jean eustache che avrà luogo a febbraio a bologna e a torino (cinema lumiere e cinema massimo). si chiamerà invece frammenti di un discorso amoroso- il cinema di jean eustache. non nego di aver preso in considerazione lo stesso titolo per la mia tesi ma l’ho scartato presto, perché legherebbe indissolubilmente il tutto all’omonimo libro di roland barthes e poi punterebbe il faro solamente su la maman et la putain, il suo film più famoso ma non il suo unico film. che gli altri film di eustache possano in qualche modo essere frammenti di un discorso amoroso mi sembra deviante. in realtà tutto il suo cinema, tutta la sua vita, sono stati un continuo procedere per tentativi alla ricerca di qualcosa. è facile scambiare per frammenti impazziti questa manciata di film che oscillano per durata tra i dieci minuti e le quattro ore. a volte sembrano piuttosto dei film a tesi, fortemente voluti e lucidamente pensati. tanti piccoli manifesti teorici ( une sale histoire più di tutti gli altri) di un cinema che passo dopo passo cercava di regredire allo stato di natura, ai fratelli lumiére, alla macchina da presa posata in un punto a registrare un avvenimento, come se alle prime immagini del cinema fosse stato fatto dono della parola. il suo cinema è stato in fondo un lavoro follemente utopistico di trasposizione della memoria individuale su pellicola. discutendo con le poche persone che ho intervistato a parigi si finiva sempre prima poi a parlare sottovoce delle ragioni che potrebbero averlo portato al suicidio. è un discorso disturbante, ma dovendo formulare un’ipotesi analizzando la sua opera, direi che ogni suo film è un tentativo disperato di cucirsi addosso alcuni eventi della sua vita. un tentativo di cristallizzare la memoria per aggrapparsi alla vita che nasconde un continuo scivolamento verso la morte. ogni film ha una sua storia e troppe volte nel caso di eustache questa storia è entrata in rotta di collisione con quella che il film raccontava. la maman et la putain nacque dalle registrazioni e trascrizioni continue dei dialoghi avuti in quegli anni con le persone che saranno poi i personaggi del film (girato negli stessi luoghi dove sono avvenuti gli eventi reali). però eustache creò un meccanismo fatale di traslazione dei ruoli, facendo interpretare ad alcune di quelle persone il ruolo di altre, utilizzando solo due attori per due dei ruoli principali. nella sua autobiografia, bernadette lafont, lamenta il fatto di sentirsi a disagio per aver usurpato il personaggio di quella che potremmo chiamare la maman, ispirato a cathrine garnier, la ragazza che lavorava come costumista. il film è dedicato a lei, perché la visione del film la turbò a tal punto da condurla, poche ore dopo, al suicidio. fu la reazione di chi vide in faccia il proprio fantasma, la riesumazione di un corpo e delle parole che avrebbero dovuto andare depositate nella memoria. fu lo stesso procedimento di messa in scena che due anni prima portò alla realizzazione di numero zero, film rimasto per lungo tempo inedito, in cui eustache chiede alla nonna materna di rievocare alcuni momenti della sua vita. è un film composto da due sole inquadrature, in cui i due siedono a un tavolo con un bottiglia di whisky, unico strumento di propulsione della parola e del ricordo. "peut-etre que le travail du cinéaste, c’est de lutter contre le réel", afferma in un’intervista a cinematographe. se il lavoro del regista è quello di lottare contro il reale, une sale histoire fu il punto di rottura, lo scollamento definitivo fra le due possibilità del cinema di porsi di fronte al reale (filmarlo e basta oppure ricostruirlo prima di filmarlo). di fronte al bivio eustache sceglie di intraprendere tutte e due le strade, filmando lo stesso evento (il racconto di un episodio di voyeurismo) in due modi diversi, montati uno di fianco (o di fronte) all’altro. l’approdo a una sorta di ingenuità che fu probabilmente il punto d’arrivo della sua riflessione sul cinema (quello dei suoi maestri guitry, renoir, dreyer, mizoguchi, a tratti bresson), specchio e catalizzatore delle sue ossessioni più grandi (le donne e il cinema stesso), macchina di registrazione/riproduzione della vita che della sua vita si è sempre avidamente nutrito. le due rassegne di febbraio saranno una delle poche occasioni che avrete di vedere questi film in italia (con l’eccezione de la maman et la putain, che passa ogni tanto a fuori orario). un’altra buona ragione per venire a torino è di assicurarsi una copia del programma. nell’articolo riguardante eustache, una persona di cui ignoravo l’esistenza scrive: -sul sito di presentazione della riedizione di numero zero resta l’appello di uno studente italiano che in francese incerto chiede accorato: "ditemi come posso vedere questi film, in italia non esistono". il forum in questione è questo, vi lascio indovinare chi sia lo studente italiano dal francese ignobile. atroC.T.X.Z.B.tion postato da atrocityexibition |
03/02/2004 22:21 | commenti (9)
i dialoghi socratici di sad.aft.sex (1): dollygate (tratto da una storia vera) VH: ‘cazzo di nome è dolly? PS: questo post è stato pubblicato con il solo intento di fornire un adeguato compendio di scurrilità allo sterile intellettualismo di cui è permeato quell'altro qui sopra. pubblicandolo ho anche voluto premiare i lettori che hanno avuto la costanza di arrivare alla fine di quel noiosissimo trattato sul cinema di jean eustache. se l’avete skippato e adesso state leggendo impunemente queste righe sappiate che non eravate autorizzati a farlo. quindi tornate su e ripartite da capo. atroC.T.X.Z.B.tion postato da atrocityexibition |
03/02/2004 22:19 | commenti (4)
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