giovedì, marzo 25, 2004

sad.aft.sex get off the air !(2): the smiths (extended version)

è con un certo rammarico che mi vedo costretto a comunicare che questa rubrica rischia di essere tagliata fuori dai piani editoriali di sad.aft.sex. pare infatti che la triestina radio fragola dovrebbe attrezzarsi per lo streaming nelle prossime settimane. di conseguenza una rubrica di trascrizioni dei miei interventi all’interno della trasmissione del mercoledì “spedizioni musicali da rìo” avrebbe ancora meno ragioni di esistere di quelle attuali. ma io vado dritto per la mia strada, certo della superiorità della parola scritta su quella pronunciata, convinto che la radio sia in un’invenzione senza futuro. la mia collaborazione era iniziata con i propositi cazzegiatori propri di ogni cosa che faccio, ma ritrovarmi alla quarta puntata con la cornetta del telefono in una mano e il primo immortale disco degli smiths dall’altra, mi ha fatto capire di essere una personalità di primissimo piano all’interno del panorama radiofonico italiano, al pari di gente come albertino o leone di lernia. ma a parte la maestosità del tema trattato, la puntata di ieri passerà alla storia per la compresenza sul mio divano di tutti e due i collaboratori telefonici della trasmissione, solitamente divisi da qualche centinaio di chilometri a causa dell’ingombrante presenza della lombardia. io e fede “dj manzarek” manzardo siamo una squadra collaudatissima, giochiamo a memoria e insieme potremmo ancora fare sfaceli. purtroppo però dobbiamo accontentarci di qualche sporadica reunion come questa. ci siamo dovuti sciogliere per tornare di corsa in italia quando le autorità portoghesi hanno cominciato a darci la caccia per il furto di una barchetta a remi da una spiaggia dell’algarve. ma io non mi pento di niente, essendo stata quello probabilmente il gesto più significativo di tutta la mia vita (e comunque la barca l’abbiamo riattraccata a qualche centinaio di metri di distanza). oggi non siamo al top della forma, sfiancati da tre giorni in cui ci siamo nutriti di soli buffet aperitivi, curando doposbronza con finti gingerini recoaro. però quando suona il telefono ci mettiamo tre secondi a ritrovare i ritmi di un tempo: io rispondo alle domande e il manza riempie ininterrottamente le pinte di splugen (in questi giorni disponibile in una simpatica offerta grazie alla quale vi portate a casa il 10% di prodotto in più: 75cl con 69cent. siamo vicini all’utopia della parità centesimo di euro- centilitro di alcool) e arrotola sigarette di tabacco van nelle, del quale siamo entrambi ghiotti. io sono intimorito dal rispetto che provo per l’argomento, allora mi rintano in uno sterile nozionismo da quattro soldi. in pochi minuti ripeto una serie di cagate frettolosamente racimolate in rete a proposito de: la spaventosa proporzione del rapporto anni di carriera/capolavori pubblicati, il reclutamento dei membri del gruppo da parte di johnny marr, il rifiuto di un contratto per la factory, i presunti problemi di droga di andy rourke, la fondamentale assunzione del chitarrista ritmico degli aztec camera (licenziato dopo pochi giorni), il produttore john porter, il tema della pedofilia trattato in reel around the fountain, il tema dell’omosessualità trattato in hand in glove, il tema delle belle ragazze che scavano fosse trattato in pretty girls make graves, le presunte influenze della letteratura di oscar wilde sulla scrittura di morrissey, la provata influenza dei testi dei giovani commediografi inglesi arrabbiati degli anni ’60 (e in particolare di a taste of honey di shelagh delaney, diventato poi uno splendido film di tony richardson, commovente caposaldo del free cinema) sulla scrittura di morrissey, il fotogramma di copertina che ritrae joe d’alessandro in flesh di paul morrissey, quello che non si vede della foto di copertina, la divertente omonimia tra paul e steven patrick morrissey, una rapida carrellata sulle carriere soliste dei componenti del gruppo che mi riservo di approfondire nella prossima puntata. ho chiesto inoltre che fossero ascoltate pretty girls make graves e still ill. egoisticamente mi sono tenuto la linea fino alle sei meno uno, quando il manza finalmente on air ha chiesto polemicamente se doveva per caso condurre il telegiornale delle sei. nella manciata di secondi a sua disposizione ha comunque dato fondo alle sue competenze cabarettistiche inventandosi dei falsi aneddoti a proposito di coffee and cigarettes di jim jarmush (molto bello). non per dire, ma pare che pochi minuti dopo abbia telefonato un ascoltatore facendo i complimenti per la trasmissione. nelle prossime puntate sarò interrogato a proposito di the queen is dead, mentre fede cercherà di coronare il suo sogno di bestemmiare in diretta. come ogni trasmissione che si rispetti ci ritagliamo un breve spazio per i saluti. facciamo gli auguri di pronta guarigione al piccolo luigino (conosciuto alle autorità come LG o VH o GG), che ci segue dal lago di viverone e in questo momento è inchiodato a letto da una micidiale forma di varicella. boa sorte anche al kaiser, che oggi imbraccia la valigia di cartone per lasciarsi alle spalle il regno di savoia, diretto verso l’infame capitale che si porta via una delle nostre più brillanti giovani menti.

atroC.T.X.Z.B.tion

 

bonus track: ho passato le ultime tre settimane cercando questa foto. era il wallpaper del mio vecchio pc ed ero disperato perchè credevo che non l'avrei mai più ritrovata. quando la vidi per la prima volta credetti veramente di non aver mai visto niente di più bello. anche perchè questo feed animals in the park mi fa pensare a quella canzone di lou reed. come se non bastasse scopro ora che la foto è stata scattata a bath da vini reilly, personaggio da me venerato come una divinità pagana in quanto creatore di quella splendida creatura che sono i durutti column. da qualche parte avevo anche l'mp3 di una canzone di loro due insieme. grazie.

postato da atrocityexibition | 25/03/2004 23:41 | commenti (42)

venerdì, marzo 19, 2004

tv casualties (3): settimo cielo vs nip\tuck

il telefilm incoscientemente designato per l’ardua sostituzione di dawson’s creek è senza dubbio uno dei prodotti più infami che infestino il palinsesto pomeridiano della nostra tv. dopo il primo minuto della prima puntata, rob (da quell’autorevolissimo pulpito della critica televisiva che è il divano di casa nostra) lo definì profeticamente “cagoso”. abbiamo atteso tutto questo tempo (senza guardarlo) prima di emettere una sentenza definitiva. abbiamo lasciato che i produttori della serie aggiustassero il tiro, che si scuotessero di dosso l’ovvio imbarazzo delle puntate pilota, che prendessero confidenza col mezzo televisivo. niente da fare: settimo cielo è tragicamente cagoso, così cagoso da spingere il giovane spettatore verso il baratro di total request live, o peggio verso l’insano gesto di un’attività pomeridiana lontana dal televisore (quanti adolescenti in questi mesi, privati della loro serie più amata, abbandonati dalla loro emittente preferita, avranno ceduto alle lusinghe dei paradisi artificiali, alla vana ebbrezza dell’autoerotismo?). il problema di settimo cielo, oltre al fatto già di per sé grave di fare cagare nella maniera più assoluta, è quello che sembra sceneggiato da un mormone che la mano destra scrive i dialoghi e con la sinistra si flagella con un gatto a nove code recitando ad alta voce alcuni versi di iacopone da todi. questa serie è una delle più spaventose macchine di propaganda del cristianesimo oltranzista mai apparse sui nostri schermi. avrei dovuto capirlo quando in una delle prime puntate uno dei ragazzi aveva rischiato di essere espulso da scuola per avere portato con sé un cercapersone, strumento del demonio utilizzato solo dagli spacciatori di droga (così pare recitasse il regolamento d’istituto). il sesso è ammesso solo dopo i quarant’anni ed esclusivamente a scopo procreativo. il protagonista, che di professione fa il pastore di anime e che piuttosto che interrompere un coito si castrerebbe con le sue mani, si ritrova infatti con una famiglia composta da una moglie e una ventina di figli (ammorbati quotidianamente dalla prediche paterne, causa primaria della loro conclamata stupidità). nella puntata di oggi andava in onda un sermone antirap di rara veemenza, innescato dalle cattive compagnie frequentate da uno dei figli (quello biondo e stupido), sorpreso ad ascoltare canzoni che incitano all’odio contro le donne indossando una patetica catena al collo e dei pantaloni col cavallo basso (prontamente stigmatizzati dal padre: “lo sai dove è nata la moda di portare i pantaloni così? in prigione! ed è lì che finirai se continuerai a portarli”). quella che per lui era “solo musica” si rivelerà contro ogni previsione uno strumento di incitazione allo stupro. a riprova di questo fatto i suoi amichetti, spronati dall’ascolto della “musica rap”, cercheranno di violentare una ragazza sordomuta. poco dopo un infermiere di colore rifiuterà di somministrare l’ascolto di un cd di “musica rap” a un paziente in coma (“io non voglio avere la responsabilità di mandare questa roba nel subconscio di quel ragazzo!”). la moglie del pastore, più ragionevole degli altri, sosterrà che la colpa non è tutta del rap, ma anche di certi brutti film.

allora ben venga il bretistonellisianesimo spiccio di nip/tuck, serie biecamente votata al sensazionalismo chirurgico e ai recessi più maleodoranti del sogno americano. qui per lo meno gli sceneggiatori sceneggiano e di conseguenza gli attori dialogano tra loro. i produttori della serie grazie al cielo si impegnano a garantire una dose minima di violenza e turpiloquio, e per di più ogni tanto si vedono delle donne nude, anche se per di più filmate nell’atto di venire dilaniate da un bisturi. nelle prime due puntate sono già stati trattati temi scottanti come i water intasati dal cadavere di un piccolo animale domestico, l’impotenza causata dal desiderio di possedere la moglie del proprio migliore amico e gli esiti devastanti del terribile cocktail cocaina\botulino. per non parlare dell’annoso problema dell’inestetismo da prepuzio superfluo (evidentemente molto sentito in america, visto che gli era stata già dedicata una puntata di friends), brillantemente risolto con un coupe de thatre mozzafiato al termine della scorsa puntata, conclusasi con il figlio di uno dei protagonisti che si circoncide con le sue mani. chapeau.

atroC.T.X.Z.B.tion

postato da atrocityexibition | 19/03/2004 18:08 | commenti (27)

martedì, marzo 16, 2004

dead ordinary men: (untitled)

 

in questi tre giorni di lutto famigliare ho notato, o forse mi sono ricordato di, cose che avevo avuto la fortuna di dimenticare. le condizioni particolari di questa morte, per certi versi attesa dopo un’agonia quasi decennale, hanno epurato il lutto della sua caratteristica più devastante, il dolore amplificato dallo shock della scomparsa. il dolore è stato distillato giorno per giorno in otto lunghissimi anni, ha consunto il morituro e le persone che lo circondavano dilatando a dismisura il tempo della morte. per questa ragione abbiamo potuto tutti osservare questa cerimonia funebre con particolare attenzione, avendola vissuta al rallentatore, come la fine di un processo pluriennale che aveva finito col costruirsi un suo spazio e un suo tempo, una non più vita e non ancora morte che è stato un segmento a sé stante: nascita, vita, malattia e morte. e la malattia, attraverso la paralisi e il silenzio, aveva lasciato un corpo morto intorno all’anima di un vivo, come se qualcuno fosse stato distratto pochi secondi prima di dare il colpo di grazia. è stata una dissolvenza, la sua. ho avuto l’impressione che il dolore fosse dato dalla pura constatazione della scomparsa del suo corpo dalla superficie terrestre. non emetteva più suoni, non compiva movimenti autonomi, esternava pensieri e sentimenti con uno sguardo sempre più stanco, impotente. il cervello produceva impulsi, che arrivavano all’occhio e lì si infrangevano nell’incomunicabilità. era solo corpo e adesso la visione di quel corpo ci è negata. dev’essere per questo che ho provato il dolore più forte qualche ora dopo l’interramento, perché un trapasso così lento, lieve, impercettibile, lascia troppo tempo e troppa lucidità per il pensiero, solitamente sconvolto e distorto dallo shock e dal dolore. questa è stata una morte pura, esemplare, corpo che finisce sotto terra e tutti gli altri che rimangono sopra. mette inevitabilmente di fronte alla propria di morte, o peggio di fronte a tutte le altre morti a cui assisteremo. sono venute molte persone anziane a far visita al corpo di mio nonno in questi giorni. persone che non rivedrò, ho pensato che magari non mi sarà data la notizia della loro morte o peggio, rimarrò del tutto indifferente di fronte alla notizia, cercando di ricostruire nella memoria il loro volto per qualche minuto, poi lasciando perdere, adducendo una scusa per non presenziare al funerale. con le persone più vicine, più care, nei momenti immediatamente successivi alla scomparsa, si innesta invece un processo di potenziamento del ricordo, di ricorso alla memoria e a simulacri di vario tipo per cercare di contrastare la sparizione del corpo. l’esibizione del cadavere per i giorni precedenti l’interramento è la pratica più estrema di tutte. il cadavere nella bara possiede un’eleganza, una compostezza, una dignità e un’austerità tali da poter essere raggiunte solo dopo la morte. alcuni non colgono immediatamente la differenza con la persona viva. eppure fissandolo per alcuni secondi si capisce che dentro non c’è più niente. sulla parete di fianco alla bara c’è un suo ritratto, eseguito alcuni anni fa da un amico pittore. nel corridoio, vicino alla porta, una fotografia scattata tre giorni prima dell’ischemia che lo paralizzò per sempre. la sera prima sono andato a guardarlo morire per qualche minuto, a vederlo vivo per l’ultima volta. durante il funerale, un prete che è stato suo amico, ha ripercorso alcune tappe della sua vita. una donna ha letto un’orazione funebre, ricordi di lui che si era appuntata su un foglio per l’occasione. ho guardato la foto sulla carta d’identità, volto già devastato dalla malattia sopra la scritta “impossibilitato a firmare”. abbiamo discusso sulla fotografia da mettere sulla lapide. alcuni anni fa, ancora in salute, aveva voluto che glie ne fosse scattata una appositamente per questo, pratica piuttosto comune tra le persone di una certa età. ogni tanto, in macchina coi miei, chiedevo informazioni sulla sua vita passata, cose che lui non poteva più raccontare. non saprei quale scegliere di tutte queste messe in scena. il cadavere, il ritratto e la fotografia per la lapide sono semplici riproduttori di fattezze, tentativi di resurrezione del corpo affidati a pose che si relazionano tutte in qualche modo con la morte. sono lì per farci ricordare la persona in vita ma ci presentano l’immagine della persona morta. fotografie e ritratti lo rivelano apertamente solo dopo il trapasso, ma sono comunque tutte immagini difficili da sopportare. suppongo che sia per una ragione simile che fu inventata l’iconoclastia. le orazioni funebri e i racconti delle persone possono essere ugualmente dolorosi, ma non riesco a non pensare che siano stati costruiti, vivendo, dal protagonista di quei racconti. contengono ancora un soffio di vita, se non altro perché non esiste uomo capace di vivere cosciente del fatto che in ogni momento sta scrivendo la sceneggiatura del suo funerale.

 

appendice: ricordo tante immagini di lui o immagini di cose relazionate a lui in vita (inscritte su supporto mentale, intendo). d’ora in avanti ne ricorderò alcune relazionate a lui dopo la sua morte. durante la processione funebre ho camminato lentamente per le strade del mio paese, sono rimasto tutto il tempo voltato a guardare e mi è sembrato stranamente dignitoso. mi è sembrato per la prima volta bello e accogliente il piccolo cimitero di campagna in cui è stato sepolto e mi sono quasi innamorato dei luoghi dell’infanzia sua e di mio padre, per lo più vecchi paesini disabitati e risaie asciutte sotto il sole. in genere ci passiamo in macchina soltanto il primo di novembre, proprio per raggiungere i cimiteri dove sono sepolti i nostri familiari, ma ieri mi sono ripromesso di tornarci a fare delle foto, qualche volta.

 

postato da atrocityexibition | 16/03/2004 18:49 | commenti (3)

venerdì, marzo 12, 2004

this motherfucking country (rmx)

rafforzate le misure antiterrorismo anche in italia, paese nel quale le autorità consigliano di non commettere stragi (l'uso di esplosivo potrebbe mettere in pericolo l'incolumità degli stragisti), ma garantiscono comunque una sacrosanta impunità ai più temerari e coraggiosi.

PS: adesso mi raccomando di darci dentro con le lacrime, così che ci si possa dimenticare in fretta anche di quell'altro centinaio di poveri stronzi morti ammazzati ieri mattina.

postato da atrocityexibition | 12/03/2004 13:11 | commenti (13)

giovedì, marzo 11, 2004

sono qui, a parlare di cose di cui sarebbe meglio tacere. non credo esistano scuse credibili per questo triste autocitazionismo con il quale cerco di rompere il silenzio regnante su sad.aft.sex, però io la mia la provo lo stesso: il mio cervello è troppo piccolo per tutti questi blog. (una ragione simile è alla base della mia incrollabile monogamia).
a presto.

atroC.T.X.Z.B.tion


postato da atrocityexibition | 11/03/2004 20:18 | commenti (6)

sabato, marzo 06, 2004

this motherfucking kitchen (1): no cigarettes and no beer make atroC.T.X.Z.B.tion go crazy

l’altro giorno mi è venuto in mente il primo corso della mia carriera universitaria. il professore di cinema più stupido del mondo parlava continuamente del presunto dibattito tra un noto scrittore siciliano e quell’altro pervertito che si era fatto staccare la costola per ciucciarsi il birillo che adesso non mi viene il nome. lo scrittore siciliano pare sostenesse che la vita o la si vive o la si scrive. l’autociucciatore di birillo, da grande viveur quale era, sosteneva l’inevitabile coincidenza delle due cose. io personalmente se non vivo (nel senso di sparare cagate in giro sbevazzando tutto il tempo) non ho niente da dire/scrivere (alcune antologie parlano già di me come di un blogger maledetto). al momento non vivo, passo le mie giornate in cucina, davanti al computer a scrivere la tesi e il blog ne risente, causa mancanza di materiale su cui affondare i polpastrelli. l’altro giorno mi ero deciso a scrivere qualche cagata raschiando il fondo del barile del mio cervello, uno di quei tappabuchi tipo recensioni di dischi o commenti di quadri, ma poi sono rimasto due ore a compilare una folle compilation ideata da margherita, la prima persona capace di fare con i blog quello che solitamente si fa con i ristoranti (ne apri uno, poi se va bene ne apri un altro e così via, dando vita prima a una catena e poi a un impero. a me piacerebbe aprirne uno con vieri e inzaghi.). quello che mi ha spinto ad aprire questa nuova rubrica è il fatto che sto dando finalmente i primi segni di squilibrio, e lo squilibrio pare sia ottimo materiale letterario. un altro problema è che, per evidenti complicazioni respiratorie, inserisco ogni mattina dieci filtrini di cotone dentro la mia scatoletta di latta che funziona da trousse tabagistica. arrotolate quelle dieci sigarette lì vuol dire per oggi basta. però oggi, per esempio, che stasera vado in un posto a bere, godo di credito illimitato. comunque dicevamo della tesi. quello che mi preoccupa è l’evidente cortocircuito realtà-finzione. mi ritrovo spesso a pensare con i pensieri di qualcun altro. dialogo ad alta voce in francese con i personaggi dei film. il mio problema è anche che mi sono fissato da qualche giorno di leggere le opere del marchese de sade, che sono una roba veramente troppo hardcore anche per un bestemmiatore navigato come me. il casino è che poi mi ritrovo nella tesi tutta una serie di oscenità di questo tipo: “Il desiderio che porta al voyeurismo è un desiderio improprio, la perversione è data dal fatto che l’oggetto guardato non è fatto per essere visto, ma per essere penetrato.(…) L’atto sessuale, infatti, non prevede (il limite è innanzitutto anatomico, prima ancora che morale) lo sguardo dell’uomo sul sesso della donna e per arrivare a farlo è necessario ricorrere a una messa in scena grottesca e perversa che stacchi letteralmente l’immagine del sesso della donna dal suo corpo.(…)Mettendo l’occhio di fronte al buco viene a costituirsi un legame tra cervello e sesso femminile, un canale apertosi attraverso il contatto tra due buchi: l’occhio come filtro del cervello e il buco della porta come filtro per un sesso (un altro buco, a ben vedere) altrimenti invisibile.” è uno stralcio di analisi di un film in cui un uomo racconta un episodio di voyeurismo, nonché un malriuscito tentativo di parlare di genitali femminili senza mai utilizzare la parola “vagina”. il correttore ortografico ha cercato più volte di sostituire “scopico” con “scopino”. ad ogni modo non sono per niente sicuro che si possano presentare certe porcate in sede di tesi. la mia laurea la immaginavo uno scrosciare di applausi e un tintinnare inarrestabile di calici grondanti prosecchini veneti propulsori di rutti disumani. invece comincia a palesarsi nel mio cervello l’immagine di me trascinato via in manette con l’accusa di oscenità e vilipendio dell’istituzione universitaria, davanti agli occhi increduli di mia nonna che si domanda cosa ha fatto di male per meritarsi un nipote così stronzo.

atroC.T.X.Z.B.tion

postato da atrocityexibition | 06/03/2004 19:24 | commenti (19)

lunedì, marzo 01, 2004

le guide turistiche di sad.aft.sex: la lisbona da bere (II parte: aperitivo)

in questi mesi ho ricevuto decine di mail di lettori che mi inviavano virus terribili volti alla distruzione dell’hard disk del mio pc. mi piace pensare che fosse un modo simpatico per sollecitarmi a dare un seguito alla prima parte della mia guida turistica di lisbona. eccovi accontentati. quest’oggi analizzeremo il rituale dell’aperitivo, pratica inventata alcuni anni fa dalla lobby dei produttori di vini bianchi frizzanti, al fine di stemperare nell’alcool le tendenze suicide (che raggiungevano il culmine nella fascia preserale) degli abitanti di alcune delle più grigie città del norditalia. il requisito fondamentale per poter accedere all’aperitivo lisboeta è quello di aver correttamente elaborato la risacca della notte precedente entro le 18.30 del giorno corrente. nel caso in cui il vostro organismo fosse ancora intossicato dall’absinto rischierete solo di trascinarvi sotto il sole cocente, ridotti allo stato di larva umana, trasudando alcool e assumendo di conseguenza il colorito e l’odore di un cadavere in avanzato stato di decomposizione. succhiereste malvolentieri un paio di imperiais per poi rantolare fino a casa nel giro di un’ora, davanti a una minestrina e una telenovela brasiliana, a rimuginare sul fatto che avete sprecato la serata e perché no, l’intera vita. se avete appena concluso l’itinerario consigliato nella prima puntata lasciate perdere e tornate a casa a dormire. seguiremo sempre lo stesso percorso, quello dell’eletrico numero 28, da martim moniz in direzione chiado. la prima fermata potrebbe essere il miradouro da graça. mi sembra di ricordare che sorgesse di fianco a una chiesetta, in cima alla collina in questione. personalmente lo stimavo molto per la splendida vista sulla città e perchè vicinissimo a casa. però il chioschetto l’ho sempre trovato piuttosto anonimo e decisamente più caro degli altri. gli serbo ancora un certo rancore per un tramezzino al salmone da quattro euro (coi quali a lisbona potreste tranquillamente permettervi un salmone intero). scendendo e addentrandovi nell’alfama potreste essere tentati dai bar di cui parlavamo alla prima puntata. quelli però sono posti da sedurre e abbandonare nel giro di pochi minuti e per scaldare i motori in vista di una serata come si deve consiglierei un posto di maggior classe, magari all’aperto, dove poggiare i vostri culoni stanchi per un paio d’ore almeno. poco prima di arrivare alla catedral da sè, l’eletrico spunta fuori dai vicoli e vi si riapre davanti la vista tejo. a quel punto guardate alla vostra sinistra, in basso. lì sotto si nasconde un luogo capace di coniugare brillantemente i due concetti più amati dal maschio mediterraneo: il futbol e la birra a ottanta centesimi. cercate di fare le due cose in momenti diversi. nella stessa categoria di pensiero troviamo il bar estadio, un grande classico dei locali lisboeti di cui anche benty era un affezionato frequentatore. qui non c’è spazio per il calcio giocato ma solo per quello parlato. i gestori cercheranno di intimorirvi ringhiandovi addosso qualcosa. sono brave persone ma non nutrono particolare simpatia per la loro clientela. per raggiungere il top della gamma però proseguite oltre il chiado. un paio di fermate dopo la piazza, oltre la celebre rua da bica troverete sulla sinistra una via che si biforca. a sinistra si scende, a destra si prosegue verso uno dei posti più accoglienti e spettacolari d’europa: il miradouro o adamastor (prende il nome dalla statua del mostro marino che ci campeggia). il chiosco adiacente al miradouro è gestito da un ragazzo la cui prerogativa è quella di non accennare mai nemmeno la parvenza di un sorriso. potete sedervi sotto i suoi ombrelloni (difficile nelle ore di punta) o scendere di sotto e sedervi per terra (leggermente meno comodo ma più soddisfacente). stare lì seduto al sole a trangugiare una sagres dopo l’altra guardando il tejo e fumando tabacco scadente è probabilmente la massima aspirazione della mia vita. la vista sul fiume e sulle rotaie sottostanti è semplicemente commovente. sforzando gli occhi scorgerete al di là del fiume una riproduzione in miniatura del celebre cristo di rio de janeiro. le birre vengono sfornate (e inghiottite) a un ritmo vertiginoso dentro degli inconfondibili bicchieri di plastica (se ci penso intensamente mi sembra di sentirli ancora che mi scricchiolano in mano, ghiacciati, che pisciano fuori la schiuma mentre scendo le scale). quando avrete finito verranno puntualmente raccattati e impilati da un piccolo signore angolano fulminato ma simpatico (vi chiederà una sigaretta). alla terza birra comincerete a sentire l’esigenza di procacciarvi del cibo. risalite verso il chiosco e ordinate una tosta mista. mi piacerebbe potervi descrivere la sensazione di godimento che si prova ad addentare uno di quegli enormi toast imbevuti di burro, intagliati da una forma di pane rotondo. la quantità di cibo, l’apporto calorico e il senso di soddisfazione/sazietà corrispondono a una cena di tre portate abbondanti, eppure ho visto gente ordinarne immediatamente un secondo. più in fondo pascolano costantemente una serie di freakettoni, malabaristi, punkabbestia e parassiti sociali di varia natura che sparano cazzate e fumano la droga. nonostante i nostri sforzi di trovare loro un lavoro presso un’acciaieria del vicentino continuano a stare lì. potrebbe capitarvi di dover sopportare la loro incredibile faccia da culo nel chiedervi soldi, con frasi di culto assoluto del calibro di “hai della moneta che devo andare in algarve (nota località turistica balneare del sud del portogallo) ?”. lasciate che il sole cali, e ai primi sintomi di freddo e buio avviatevi mestamente altrove, dove cercare di anestetizzare in qualche modo l’insopportabile nostalgia per questo posto meraviglioso.

atroC.T.X.Z.B.tion

postato da atrocityexibition | 01/03/2004 01:12 | commenti (35)



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