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sabato, ottobre 02, 2004
le guide turistiche di sadness after sex: isole canarie vol. 1 dunque. viaggio potenzialmente massacrante, con sosta di dieci ore a madrid che ci permette di inforcare la metropolitana e catapultarci per le strade della capitale di prima mattina. punto i piedi tipo bambino dell’asilo e ottengo l’ennesima visita al prado che mi spetta di diritto. con le idee molto più chiare rispetto alle due visite precedenti vengono immediatamente focalizzati gli obiettivi fondamentali sui quali concentrare le nostre energie: bookshop, bagni, bar, autoritratto di duhrer, le bambine e l’esopo di velasquez. ma al di sopra di ogni altra cosa, dopo aver assestato un paio di gomitate sugli zigomi di qualche turista francese per raggiungere una posizione di favore, ci avviciniamo alla suprema meraviglia del creato, il tripudio di perforazioni anali, di cavità corporee violate e riempite con conturbante e pacifica efferatezza, tra pinguini scianti e stormi di uccelli che migrano da buchi di culo verso città in fiamme devastate dalla guerra, quell’inenarrabile delirio della visione inchiodato sul terzo pannello del trittico del giardino delle delizie di bosch. credo che non basterebbero un paio di vite per concedere a quel quadro lo sguardo che si merita. all’uscita siamo già distrutti dalla fatica, io manifesto una preoccupante insofferenza al tabacco che è sintomo di una precaria condizione di salute. ci infiliamo in una bettola dove in cambio di pochi spiccioli veniamo nutriti abbondantemente. è incredibile come in questa città con poco più di dieci euro ci si possa permettere un biglietto della metro, una visita a uno dei migliori musei del mondo (3 euro) e un lauto pasto (6,50). ovviamente la nostalgia per quel cesso di posto da dove veniamo è già finita calpestata dall’indignazione. puntiamo a piedi verso puerta del sol e dopo la tradizionale puntata alla fnac locale e una birretta con vista panoramica di madrid dall’ultimo piano del corte ingles decidiamo che è tempo di rientrare perchè ci reggiamo in piedi a stento. il volo per tenerife lo passiamo ad augurare il fallimento a questa compagnia aerea di pezzealculo che rifiuta di elargirci il cibo che ci spetta di diritto. all’arrivo troviamo ad accoglierci il caro amico jose affiancato da un altro paio di simpatici individui rispondenti al nome di ricky e raffa. veniamo condotti in questa casa splendida e poi sfamati e abbeverati mentre in pochi minuti abbiamo già cicatrizzato qualsiasi tipo di convenevole o distanza e ricominciamo a sparare stronzate con jose come se non se ne fosse mai neanche andato da torino e sembriamo un gruppo di amici di vecchia data mentre suo padre si unisce a noi per la pappatoria e nel giro di un paio di minuti anche con i germi dell’influenza che cercano di orizzontalizzarmi mi è già passata la voglia di svenire in un giaciglio e cerco di oliare il mio castigliano arrugginito con un paio di bicchieri mentre discuto con la gente intorno al tavolo e prima che ci affievoliamo faccio in tempo a rendermi conto che ancora una volta io e rob siamo finiti in mezzo a una banda di prima categoria. il giorno dopo sono questa specie di merda ambulante, jose ci porta in giro per La laguna (un posto che non per dire esibisce timidamente lo status di patrimonio dell’umanità) a camminare in mezzo a questo centro storico di bellissime case coloniali, tutte con dei giardini interni che sembrano delle piccole foreste tropicali, come quello della casa di jose dove ci vive Chorissa la tartaruga. nel primo pomeriggio veniamo prelevati dal padre di jose, un uomo che ha visto giocare johann cruyff per un numero considerevole di volte, e trasportati dalle parti di Santa Cruz, ci arrampichiamo su queste montagne che circondano la città e andiamo finire al ristorante dos barrancos dove ci viene servito un pranzo di pesce che rob ha saggiamente battezzato il migliore della nostra vita e se ne sono accorte persino le mie papille gustative intorpidite. serata a ingoiare malvolentieri qualche birra con un minimo di apprensione per un turno infrasettimanale di campionato e la temperatura corporea sale oltre il livello di guardia. giorno dopo a bajamar a guardare rob e jose che si bagnano in queste piscine salate di fronte al mare con un minimo di giramento di coglioni per non poterli imitare. passa a prenderci ricky e voliamo verso un ristorante che è considerato un classico qui in città, mangiamo delle costolette indimenticabili con txetxo e cecilia che ci invitano a casa loro ad asciugare una bottiglia di amaretto di saronno, ormai cementiamo legami in poche ore, giochiamo col loro gatto, mi intrattengo con txetxo, raro esemplare di archeologo punk, a discutere di futbol (atletico madrid) e della nostra comune passione per i cockney rejects e mi regala il cd del suo gruppo, la leggendaria gran banda mandinga. l’amaretto ha come dire scaldato i motori allora io, rob e jose finiamo in un locale intitolato a keith haring dove ci lavora El maño, il chitarrista della banda mandinga, un uomo divorato dalla passione per il milan e umberto tozzi. come se non bastasse che elargisce tutta una serie di beveraggi extra mi regala anche la maglietta del gruppo, e a quel punto sono ormai talmente commosso dalla quantità di gente straordinaria che sto conoscendo che non posso esimermi dal regalargli la mia adorata spilla dei gbh. all’uscita in strada c’è un bordello di gente e un ambulanza che sta forse ricucendo le conseguenze di qualche rissa e incontriamo questo poliziotto che ci fa presente che loro sarebbero seriamente intenzionati a fare un lavoretto di manganello per dare una ripulita alla strada. dopo aver attentamente esaminato la situazione decidiamo che forse è il caso di togliersi dalle palle veloce, concedersi una dormita come si deve che domani mattina ci sarebbe da prendere l’aereo per fuerteventura con una risacca da amaretto di saronno in pieno svolgimento. credo continuerà. atroC.T.X.Z.B.tion postato da atrocityexibition |
02/10/2004 23:09 | commenti (11)
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